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9 maggio 2011 Scritto da 3 | Narrativa

La misura del talento

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Gliela si legge in faccia. Che abbiano dieci, undici, dodici anni o poco più non importa. È la determinazione. Ciò che spinge le persone ad essere quello che altri solo si sognano. Determinazione. Voglia innata di primeggiare a dispetto di tutto e di tutti. Come se senza competizione è la vita stessa a non avere senso. E probabilmente è così. Negli occhi di un ragazzino che ama davvero il calcio si vede tutto questo. È un bagliore che ha ancora i contorni sfumati dell’innocente ingenuità ma lo vedi. Basta avere lo sguardo allenato. Anche perché quelli che hanno davvero la voglia di emergere sono pochi. Tutti gli altri si illudono di possedere il talento che non avranno mai e con gli anni per i loro insuccessi daranno la colpa a quelli come me per non avercela fatta. Io faccio parte della lista di quelli nelle cui mani si decide il futuro del calcio italiano. L’essere un osservatore sportivo è anche questo. La maggior parte della gente che segue il calcio a questo non ci ha mai pensato. Ma se nelle loro squadre del cuore c’è questo o quel campione è perché un giorno uno come me lo ha scelto. Gli ha dato fiducia. Una possibilità. È da quando sono bambini che si formano le promesse del calcio mondiale. Motivo per cui non è nei grandi stadi che si cercano talenti. I campetti di periferia sono il luogo perfetto. Decine di ragazzini che aspettano solo che qualcuno dia loro una possibilità. Che li veda. Che intuisca che al di là degli anni c’è una voglia pronta solo ad esplodere. In merito a questo di aneddoti se ne sentono pure troppi. Alcuni sono inventati ma altri descrivono bene i ragazzini che sarebbero diventati campioni. Si dice che sia Pelè che Maradona avessero imparato a correre col pallone anche prima dei quattro anni. Ma quelli sono casi a parte. Miti. Leggende. Aspettando solo che la storia si ripeta. Ed è proprio per dare una mano alla storia che oggi sono qui. Il campetto è un semplice campo di terra battuta come ce ne sono ovunque nelle periferie. La partita è una semplice sfida tra ragazzini delle scuole medie. Normalmente non avrei mai sprecato il mio tempo venendoci. Se non fossi stato consigliato da amici di cui mi fido avrei fatto tutt’altro, ma c’è un ragazzino che mi hanno detto di vedere. Dare ascolto ai consigli è parte integrante del lavoro. Mi hanno detto che non mi sarei pentito. Che dovevo vedere per credere. Spero solo che non abbiano torto. Sono ormai anni che non scovo più un ragazzo di vero talento. Forse è sfortuna o forse no, fatto sta che in questo lavoro se sei un osservatore calcistico che non scova talenti le società si dimenticano presto di te. E i dirigenti che un tempo avresti ingenuamente definito amici ora non rispondono neanche alle tue telefonate. È la legge del mercato. Solo chi trova la gallina dalle uova d’oro ha modo di sedersi al tavolo con una grande società. Magari un vero contratto. E magari la possibilità di viaggiare per il mondo alla ricerca di un nuovo fenomeno. Per chi è intenditore di calcio una possibilità del genere ha i contorni del sogno.
Sulla destra del campetto si trova una piccola scalinata. Mi ci siedo in cima mentre via via i posti sono occupati da quelli che con tutta probabilità sono parenti e genitori dei ragazzini pronti a scendere in campo. Li riconosci subito. Intenti ad elogiare anche col primo estraneo che passa le immense qualità che sperano il figlio possieda. Anche questo è il calcio. Il sogno utopico di migliaia di genitori che sperano di ottenere una vita migliore grazie al contratto milionario del figlio. È per questo che preferisco non parlare con i genitori dei ragazzini a meno che non sia sicuro del talento del ragazzo. Sono loro il vero problema. Ci sono genitori che a stento si verrebbe voglia di definire tali che non danno valore alla vera passione del figlio. Per loro è solo denaro. Uno degli aspetti che odio di più del mondo del calcio. Li guardi con quelle loro facce dalle espressioni sempre uguali e pensi se stia loro davvero a cuore il futuro del figlio o se sia solo un mezzo per ottenere una tranquilla vecchiaia. I ragazzini invece non ci pensano. E questa è la cosa migliore della faccenda. A dieci, dodici anni non si è ancora sviluppata in loro quella fame consumistica che si impossesserà di loro dopo poco, né hanno ancora vere pulsioni sessuali. Sono puri. Per questo per loro il calcio è solo passione. Non è né soldi né sesso. Solo passione. Il momento migliore per capire il potenziale. Già a sedici anni sarebbe diverso. Può sembrare strano ma in quei quattro anni cambia tutto. Si inizia a vedere già la propria futura carriera come un business, si immaginano le auto che ci si potrà permettere e le donne che vorranno fare sesso con loro. Si rovina l’innocenza del sogno. Per tutto questo conviene sceglierli a dodici anni. Istruirli. Farli crescere. Insegnare loro ad essere uomini prima che calciatori. Sono poche le scuole di calcio che la pensano così. Tutti bravi a guardare con invidia il modello Barcellona e poi a conti fatti non aver voglia di spendere tempo ed energie per dare vera linfa vitale ai propri vivai. Tutto questo lo capisci andandoci ai campi di allenamento del Barcellona. Per un osservatore entrare li è raggiungere il massimo. Fui invitato un paio di anni fa da un procuratore col quale avevo collaborato. Mi bastò poco per capirne la filosofia. Per chi ama il calcio è uno spettacolo quasi commovente guardare ragazzini dare la stessa confidenza di un calciatore affermato ad un pallone. Allenatori che li seguivano sempre. Insegnanti che davano loro un’istruzione. Non è un caso che difficilmente sentirete di un calciatore del Barcellona invischiato in qualche brutta storia di prostituzione o droga. Non ne avrebbero neanche la voglia. È stato loro insegnato ad essere uomini.
Mi si avvicina un uomo sulla quarantina e mi chiede chi sia mio figlio. Che non mi aveva mai visto prima. Mi limito a rispondergli che sono li solo per guardare cercando di evitare qualsiasi altro tipo di inutili conversazioni. “Allora deve vedere mio figlio. Vedesse quanto è bravo” mi dice con lo stesso entusiasmo di chi ha avuto il lavoro della sua vita. Sorrido forzatamente sperando che si plachi la sua voglia di condividere con me la presunta bravura del figlio. Non smetterò mai di ripeterlo che sono i genitori entusiasti il più grande problema dei ragazzi sportivamente talentuosi. Sempre pronti ad esaltare oltre il dovuto anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Per fortuna non continua. Così posso guardare con calma l’entrata delle squadre in campo. Anche se definirle squadre è un eufemismo. Ragazzini che a stento mantengono l’ordine della fila e che sembrano voglia farsi largo a spintoni. Tutti ammucchiati. E poi lui. Per ultimo. Mi avevano detto che l’avrei riconosciuto appena l’avessi visto. Capo chino. Cammina lentamente come se attorno lui non ci fosse nulla. Eduardo Scirra. È questo il nome che mi hanno consigliato di annotarmi per ricordarmi di lui. Un ragazzino come tanti, né troppo alto, né basso. Né robuto, né minuto. Entrambe le squadre vengono schierate con un classico 4-4-2. Segno questo che entrambi gli allenatori non hanno voglia di rischiare. In Italia è il 4-4-2 il modulo più abusato. L’unico che permette una non troppo dispendiosa fase difensiva. Prevedibile ma sicuro. Il dictat dell’allenatore medio italiano. E poi ci si stupisce che il calcio italiano sia più noioso rispetto a quello inglese o spagnolo. Tatticismo esasperato. È la voglia di non rischiare che comanda. Te lo insegnano fin da bambino. Il ragazzino risulta che sia un’ala sinistra di centrocampo. Il numero sulla maglietta è l’11. Contrariamente agli altri ragazzini prima della partita non parla con nessuno. Testa bassa fissa il pallone al centro del rettangolo di gioco. Inizia la partita e per i primi quindici minuti si limita a fare lo stretto necessario. Qualche discesa sulla fascia. Un paio di buoni cross. Qualche lancio lungo. Niente che possa far pensare ad un talento puro. Il primo tempo finisce così come era iniziato. Nella noia più totale. Squadre fisse senza la ben che minima voglia di aprirsi. Sarebbero passati altri minuti fino a che non avrei deciso di andare via. Scendo le scale di spalle al campo quando sento la gente gridare. Mi volto. È quel ragazzino sulla fascia. Il primo avversario che gli si para incontro lo supera con una semplice finta di corpo. Il secondo fintando una direzione e scegliendo l’altra. Il terzo si limita a superarlo in velocità. Ed è così che si trova davanti al portiere. Lo scavalca con un leggero tocco morbido al pallone, quasi impercettibile. Tutti corrono li ad abbracciarlo. Lui non esulta. La partita sarebbe finita uno a zero . Un suo gol a celebrare la vittoria. Aspetto che se ne vadano tutti per avvicinarmi. È solo. Mi fa strano che non sia venuto a vederlo nessuno. Non ho neanche il tempo di presentarmi che mi risponde di non essere interessato. Dalla sua reazione intuisco che ne abbia conosciuti di osservatori calcistici. E dall’astio intuisco che gli incontri non siano stati positivi. Parole al vento. Probabilmente è così che si immagina quello che gli dice un osservatore. Centinaia di parole, promesse, dette solo per fare scena e poi nulla di concreto. Gli rispondo che non sono li per importunarlo ma che vorrei parlare con i suoi genitori. Mi dice che non è possibile. Resto li spiazzato dalla disillusione delle sue parole. Come se ne avesse ricevute fin troppe di false promesse. Sembra non credere più a nulla. Mentre sto li per andarmene mi viene in mente e glielo chiedo “ma perché non hai esultato?” Con una naturale strafottenza che avevo visto solo nei grandi campioni mi avrebbe risposto “che motivo c’è di esultare per aver battuto avversari non all’altezza?”. Gli do il mio biglietto da visita anche se sapevo che non mi avrebbe richiamato. Lo lasciai dicendo “magari un giorno in finale di coppa del mondo avrai voglia di esultare” una battuta buttata li giusto per sembrar simpatico. Mi richiamò il giorno dopo per dirmi che lui non la considerava una battuta. Mi disse “quando cominciamo?”.

3 thoughts on “La misura del talento

  1. Belle parole e Santa verità !! Ho 44 anni e avrei voluto quell occasione, perché il talento c era !!
    Felice di aver letto l articolo.

  2. Ciao, sono uno dei tanti genitori che corrisponde a pieno alla tua descrizione, è vero la mia passione, la mia voglia di vederli realizzare, la mia voglia di esultarlo come il migliore e soprattutto la mia speranza di verderlo campione che mi fanno essere invadente più del dovuto e solo ora mi sto rendendo conto che il suo obbiettivo non è uguale al mio, inquanto lui pensa solo a divertirsi, di esultare con gli amici e di tirare calci a quel pallone, solo leggendo le tue parole che ho capito di dover gioire con lui se la sua squadra vince anche se non è per merito suo, dover eloggiare la sua voglia di fare con gli altri e no volerlo per forza un campione isolato. grazie per queste parole, mi hai aperto gli occhi e mi hai fatto vedere mio figlio con il cuore.

    Ciao danielw

  3. Ciao, io sono un genitore che invece fa giocare a calcio il figlio solo per imparare ad aver a che fare mio figlio con il mondo maschile, visto che ha scarsissimi rapporti col padre, un genitore che vede il calcio come un gioco e un’occasione sana di socializzazione. Mio figlio ha problemi di asma e per me è un successo che li stia superando anche alla costante attività sportiva. Risultato? mio figlio è un competitivo nel dna, morirebbe pur di vincere una partita, è capace di andare a giocare anche quando non sta bene ed alla fine, tanto è la tenacia e l’ardore che ci mette che ci riesce e pure bene, ma io non glielo dirò mai.
    La scuola calcio in cui gioca ha invece un’impostazione professionistica al cavolo, che per me proprio non ci sta con bambini di solo 8 anni, per loro i bambini sono futuri giocatori e soldatini. Mio figlio è stato pesso escluso per ragioni di indole e caratteriali: è poco soldatino, gioca per passione ed è difficile da domare la passione. Onestamente penso e spero che non ci riescano mai a domarlo, probabilmente riuscirebbero a spegnerla quella passione. Io credo che senza passioni non abbia senso la vita. A dispetto delle difficoltà col mister, magicamente quando si disputano partite lui viene puntualmente richiamato in partita, perché è l’unico che da l’anima sempre e comunque, l’unico che per il quale si deve vincere a tutti i costi, l’unico che esce dal campo letteralmente da strizzare, nonostante sia l’unico a non avere un padre a bordo campo, ma una madre che continua a ripetergli è solo un gioco, l’importante è divertirsi. Il tuo articolo mi ha commosso e non so ancora il perché…ma grazie

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