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12 maggio 2011 Scritto da 0 | Narrativa

La filosofia del rigore

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Tirare un rigore è come la vita stessa. Non c’è un modo giusto per farlo. Devi farlo e basta. Vivere o giocare. Non c’è alcuna differenza. Puoi provarci. Puoi fallire. Perdere persino quella scarsa stima che avevi di te stesso, ma sai che in fondo è stato giusto così. Trionfo o sconfitta sono separati da una flebile linea dai contorni sfumati. Le cose se non le vivi non le capisci. Inutile anche perder tempo a disquisire delle sensazioni ad esso associate. La maggior parte non capirebbe. Troverebbe tutto così infantile. Un gioco per bambini che si ostinano a non voler crescere. Magari li invidio pure nel loro modo di pensare così razionale e privo di qualsivoglia passionale compromesso. Invidio la loro ostentazione di vita come se quella vita, la loro, fosse l’unica che avesse davvero un senso, l’unica a dover esser davvero vissuta. L’unico modo di viverla. Non c’è spazio per la passione, per il sentirsi vivi a dispetto anche di quella maturità che si dovrebbe prima o poi possedere. Ed è proprio per questo che conta il gioco. E’ l’abbandono sistematico eppur cosi surreale dei capisaldi a cui si dovrebbe consegnare l’esistenza. Sicurezza. Maturità. Emancipazione. Quelli a cui almeno per un ora vuoi rifuggire. E così ti ritrovi davanti una palla. Non è né più grande né diversa da centinaia di altri palloni che ti sei trovato a calciare. Anche i graffi sulla sue superficie sembrano gli stessi. Eppure non capisci cosa è questa paura. Vincere o fallire non cambierebbe nulla. Non ti renderebbe di certo un uomo migliore. Qualche pacca sulla spalla, qualche sfottò non muterebbero quello che di te conosce il mondo. Eppure eccoti li. Ancora una volta. E hai paura. Continui a fissarla come non ci fosse nient’altro. Non c’è davanti a te una porta. Non c’è al centro della porta un portiere che dall’alto del suo ghigno continua a fissarti come se sapesse già che lo sbaglierai. E dietro non ci sono neanche i tuoi compagni di squadra e i tuoi avversari. Non c’è nessuno. Sei solo. Tu ed un ammasso di cuoio cucito insieme da dei bambini cinesi chissà dove. Tu e la tua paura di forma sferica. È così che il tempo si dilata, acquista la lentezza delle ore. Secondi che diventano minuti. Minuti ore. Tempo che rifugge il tempo. Inizi a chiederti il perché di quei dubbi. Saresti persino disposto a mollare tutto ed andar via. Sarebbe una sconfitta. Saresti un vigliacco. Ma è lo scoprire ciò che non vorresti a terrorizzarti. Come la vita vera. E così tutto diventa chiaro. Trasparente. Chiudi gli occhi e lo calcio. Perché non importa segnare. L’importante è calciare. Come nella vita.

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