21 maggio 2011 Scritto da 0 | Narrativa

I Napoletani e il calcio – un amore violento

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A definirlo semplice tifo calcistico si rischierebbe di cadere nel più classico dei tranelli linguistici. Roba per ingenui o impreparati. Il rapporto tra i napoletani e il calcio non può essere considerato tale. Ha i caratteri marcati della più estremista tra le religioni. Nel bene e nel male. L’odore di calcio lo si sente respirare nelle strade. Nei vicoli. Dai quartieri più altolocati di Posillipo ai vasci di Forcella. Tutto ha il sapore di quell’azzurro che è il sè passione e rivalsa sociale. Ed è proprio per questo che a Napoli il calcio svolge una valenza che va ben al di là del tifo da stadio. In Italia non esiste un popolo così bistrattato come quello napoletano. Dalla mancanza di lavoro. Alla camorra. Alla spazzatura. Il popolo napoletano più di altri sa cosa voglia dire la parola sofferenza lontana da una demagogia etico sociale di cui si ci riempie la bocca in momenti di sconforto. Problemi. Quelli che non sembrano avere una definitiva soluzione. Problemi. Quelli dai quali si vorrebbe fuggire. Ed è questo il calcio per i napoletani, oltre il tifo da bar e le chiacchere da stadio. Una fuga. La fuga. Il modo migliore per estraniarsi da problematiche irrisolvibili ed illudersi in quell’utopica felicità che solo i beneamini del calcio sanno regalare. Un amore dai tratti fin troppo passionali da sfiorare l’irrazionale violenza. E’ questo il rapporto del napoletano medio tifoso con la sua squadra. Come quello di un marito geloso verso ad una moglie alla quale non si può concedere il minimo errore. Un rapporto univoco fino in fondo. Dove non esiste perdono. Dove il trionfo e la disfatta sono separati da una linea elastica continuamente tesa e pronta a spezzarsi in ogni istante. Lo capisci guardando un tifoso napoletano negli occhi. Per lui conta solo la maglia. Null’altro. un amore viscerale pronto così ad esaltare in modo così roboante alla prima minima impresa che a maledire il mondo alla più piccola delle cadute. Ma quando si è toccato il cielo con un dito sarebbe da pazzi voler tornare alla vita quotidiana.

Il tifoso medio napoletano dalla nascita societaria del 1926 è sempre stato cosi, ma penso che se non avessero avuto Diego Armando Maradona nella sua squadra, la storia d’amore irrazionale ed inespresso dei tifosi sarebbe stato meno viscerale. Maradona e Napoli. Napoli e Maradona. Due nomi che si mischiano costanti nella mente di tutti i tifosi del partenopei. Vivere a Napoli e non conoscere chi era stato Maradona è praticamente impossibile. Un peccato senza redenzione. Anche i ragazzini che vedi giocare con palloni di plastica nei vicoli sanno cosa ha rappresentato Maradona per Napoli. Anche se non l’hanno mai visto. Glielo insegnano fin da piccoli. Una sorta di tradizione. Maradona in qualsiasi altra squadra al mondo sarebbe stato un giocatore, magari il più bravo degli altri, ma pur sempre solo un giocatore. A Napoli no, non poteva. Maradona ha rappresentato la rivalsa sociale definitiva di un popolo abituato alla polvere e assuefatto a stare in ginocchio nei confronti del nord Italia ben più potente e ricco. Gli anni di Maradona invece questo hanno insegnato ai napoletani. Ad emergere. Gli scudetti vinti dal Napoli nel 1987 e nel 1990 sono stati la controprova che si poteva vincere contro chi era più forte di te. Una consapevolezza prima di allora fin troppo acerba per essere preso con un minimo di ottimistica serietà. Hanno fatto assaporare, anche se solo calcisticamente, ai napoletani la fierezza e l’orgoglio di sentirsi tali. Di sentirsi i padroni del mondo. E in effetti in quesgli anni Napoli lo è stata.

Emblematica fu la partita di semifinale di coppa del mondo Italia-Argentina del 1990 tenutisi proprio in Italia. Ironia del caso fu che quella semifinale fosse giocata nello stadio San Paolo di Napoli. Il regno di Diego Armando Maradona. Anche chi come me a quel tempo era piccolo non può ignorare quello che successe. Per la prima volta in una competizione sportiva parte degli abitanti di una nazione tifarono contro la loro squadra. Il popolo napoletano aveva fatto la sua scelta. Erano tutti dalla parte del loro re. Una situazione paradossale per chi non avesse conosciuto i fatti. Uno stadio stracolmo di italiani di cui la maggior parte tifava contro la loro stessa squadra. Lo si vide ancor più alla fine. L’argentina aveva battuto l’Italia ai rigori. Uno stadio in festa. A nessuno a Napoli importava dell’Italia. Diego aveva vinto e solo questo importava.

Un esempio chiarificatore tra i tanti che aiutano a comprendere l’irrazionalità di un amore. Come amare una donna di cui non si è all’altezza. La mente lo sconsiglia. Il cuore lo incoraggia. E in situazioni come queste sappiamo tutti come va a finire. Napoli in quegli anni ha conosciuto il paradiso. E’ stata la capitale morale del calcio mondiale. Un paradiso fatto di eccessi e in cui si era disposti a perdonare tutto, in particolare al re. I rapporti tra Maradona e i membri del clan camorristico dei Giugliano così passarono in secondo piano. Come il suo amore per la droga, la dipendenza che lo portò ad un passo dal baratro. L’amore smodato per le donne. La vita non da atleta. Tutto questo ai napoletani non importava. Contavano i successi. Le vittorie. Il sentirsi superiori a tutto e tutti. Ed è proprio in questa forma di amore morboso che sta tutto il limite del tifoso napoletano. Un amore così intenso da rendere ciechi anche di fronte alle situazioni più evidenti. A Napoli si vive di calcio e per il calcio questo fa si che la media dei tifosi abbia così a cuore la propria squadra, pronta a difenderla sempre nelle vittorie ed accusarla oltre logica nelle sconfitte, da non conoscere una sorta di sensato compromesso. E’ l’eccesso che porta alla caduta. Con gli anni i tifosi napoletani questo lo hanno imparato a malincuore. Anni in cui vittime di purgatori continui tra A e B e privati del loro re avevano perso quasi la loro identitità di tifosi. Sono le vittorie che alimentano il tifo e non viceversa. Questo fino a giungere agli ultimi anni. Un imprenditore cinematografico che di vero cinema capisce poco ma disposto a spendere, Aurelio De Laurentis, una piazza pronta al cambiamento. Nuovi beniamini da amare. Un amore rinato. Così si arriva all’ultimo campionato del Napoli. Un terzo posto che per molti ha il sapore in bocca del miracolo. Un entusiasmo che non era così forte da venti anni. Ma ciò che agli occhi del mondo è il grande pregio dei tifosi napoletani può risultare con crudele precisione la disfatta. La presunzione immotivata di poter migliorare con continua perseveranza. Un sogno che quando c’era Diego non aveva il sentore dell’impossibilità. Renderlo auspicabile si rivelerebbe solo un’arma a doppio taglio. Non sono i sogni a contare, ma il risveglio. Una lezione che a Napoli tardano ad imparare.

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